III Domenica di Quaresima (commento)

Il vangelo di questa domenica ruota intorno al termine conversione, tema caro al periodo quaresimale.

Tuttavia esso merita di essere indagato, per evitare di darne per scontato il significato.

Innanzitutto è importante sottolineare come all’inizio del brano – come in altre famose pagine del vangelo (per es. Gv 9) – Gesù rompa il legame tra male subìto e peccato. A chi gli riferisce di quanto accaduto ad alcuni Galilei uccisi da Pilato, Gesù risponde: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico».

Per ribadire il concetto, egli fa poi riferimento ad un altro episodio noto ai suoi contemporanei e alle sue contemporanee: «Quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico».

Non vi è, dunque, un legame di consequenzialità tra peccato e disgrazia: le disgrazie non possono essere concepite come punizioni (di Dio) per il male commesso.

Questo è già un elemento molto interessante, perché – contrariamente a quanto affermato da Gesù con insistenza – la Chiesa ha più volte veicolato il parallelismo peccato-punizione, tanto che ancora oggi di fronte a una disgrazia ci sale automaticamente alla bocca l’espressione “Cosa ho fatto di male per meritarmela?”.

Ancora più interessante è il fatto che, proprio mentre dichiara che le disgrazie non sono punizioni per il male commesso, Gesù introduce il tema della conversione: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Gesù, dopo aver detto che le disgrazie occorse a quelle persone non erano in relazione ai loro peccati, afferma per due volte che chi non si converte, perirà, cioè andrà incontro a sua volta a una disgrazia.

Questa espressione sembra quasi entrare in contraddizione con quella precedente: le disgrazie non dipendono dai peccati, ma se non ti converti andrai in disgrazia.

Se intendiamo “se non ti converti” nel senso di “se non smetti di peccare”, la contraddizione è palese: le disgrazie non dipendono dai peccati, ma se non smetti di peccare andrai in disgrazia.

Credo sia evidente, soprattutto a chi non è giovanissimo/a, come la Chiesa abbia molto insistito nel corso del tempo sull’identificazione “conversione = smettere di fare i peccati”, abbandonando – per non entrare in contraddizione – la prima parte dell’annuncio di Gesù (le disgrazie non dipendono dai peccati) e valorizzando solo la seconda (se non smetti di peccare andrai in disgrazia).

La contraddizione, però, esiste e non la si può risolvere semplicemente dimenticando la prima parte dell’annuncio di Gesù.

Per tenere insieme ciò che egli sta dicendo in questo testo, a mio parere, è necessario rivedere la concezione di cosa sia conversione.

La conversione nel gergo evangelico non è primariamente una questione morale (non si tratta di saltare subito alla domanda “come devo cambiare il mio comportamento?”), ma teologica: il punto è cioè cambiare mentalità riguardo a chi è Dio.

Se io penso che Dio sia colui che punisce i comportamenti umani a lui non graditi e premia quelli che ritiene corretti, mi ritrovo esattamente nella situazione di coloro che «si presentarono a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici», ai quali Gesù con autorevolezza dice che stanno sbagliando prospettiva e che necessitano di una conversione.

Come accennato poc’anzi, è proprio in questa occasione che Gesù parla di conversione, la quale, dunque, ha a che fare precisamente con l’idea di Dio che abbiamo in testa.

L’idea di dio come colui che distribuisce premi e punizioni è un’idea sbagliata, da convertire.

Se non ci convertiamo, se continuiamo ad avere questa idea di Dio, dice Gesù: «Perirete tutti allo stesso modo», cioè non entrerete nella vita, ma resterete come morti, tristi, infelici, mortiferi.

Chi si immagina un dio di quel tipo, infatti, agirà con lo scopo di evitare le punizioni e meritare i premi (evitare l’inferno, le disgrazie… meritare il paradiso, la benevolenza di dio…), agirà, cioè, mosso dalla paura di dio. Ma che relazione è una relazione basata sulla paura dell’uno/a sull’altro/a?

Gesù in tutto il vangelo vuole annunciare la possibilità di un rapporto diverso con Dio, un rapporto che sia fondato sull’amore e sulla fiducia e non sulla paura e il compiacimento dell’altro/a.

Dio non è quello che si è sempre pensato, non è il dio della paura, ma ha un altro volto.

Prima ancora che pensare ai comportamenti è a questo livello che deve avvenire la conversione: perché quando finalmente inizieremo a fidarci dell’identità di Dio rivelata da Gesù, anche il nostro modo di agire inizierà a mutare e, come quando una cosa tira l’altra, un passo di fiducia verso il volto nuovo di Dio tirerà un comportamento fondato sulla gratuità dell’amore e non sul calcolo della paura e un comportamento fondato sulla gratuità dell’amore tirerà un nuovo passo di fiducia verso il Dio di Gesù.

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