V Domenica di Quaresima (commento)

Il vangelo di questa domenica è molto conosciuto e piuttosto autoevidente nel suo significato.

Tuttavia ancora molte persone in seno alla Chiesa (che pure è nata da questo annuncio così facilmente intuibile) trattano le adultere in maniera non dissimile da come facevano gli scribi e i farisei, e quindi mi pare necessario mettere in luce qualche elemento.

In particolare vorrei soffermarmi sugli atteggiamenti di Gesù.

L’episodio è inaugurato da una scena piuttosto consuetudinaria: Gesù è circondato da molte persone, si siede e si mette a insegnare.

L’atmosfera che traspare suggerisce serenità, coinvolgimento, attenzione.

Questa tranquillità viene però bruscamente interrotta dal sopraggiungere di una turba di persone vocianti, agitate.

Il motivo di questa rumorosa irruzione è presto svelato: scribi e farisei hanno condotto con la forza una donna sorpresa in flagrante adulterio.

Gesù – costretto a interrompere il suo insegnamento – viene chiamato in causa: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».

La richiesta di farisei e scribi – come il testo segnala – ha lo scopo di «metterlo alla prova» e «avere motivo di accusarlo»: essi, infatti, ritengono di sapere già cosa si deve fare in casi come quelli. Non per niente citano Mosè e la Legge.

Non sono per niente interessati alla sorte della donna: vogliono usare la situazione che si è creata per mettere in difficoltà Gesù.

Quest’ultimo condivide la medesima situazione di lei: tutti e due, infatti, sono in una condizione di costrizione; entrambi sono costretti a fare ciò che altri impongono loro; sia lui sia lei sono “sotto processo”.

Il primo atteggiamento di Gesù, che a mio parere è degno di nota, è la sua reazione a questo tumulto che trasuda violenza: «Si chinò e si mise a scrivere col dito per terra».

Mi pare di intravvedere in questo suo comportamento tutta la tristezza e lo sconforto di fronte alla durezza del cuore umano, alla ferocia maschile ammantata di religiosità, alla intransigenza cieca che pretende di farsi passare per giustizia in nome di Dio.

Col suo atteggiamento, Gesù sembra voler evitare il conflitto nei termini che gli stanno imponendo e tuttavia il suo silenzio, il suo non guardarli (chinando lo sguardo e orientandolo verso il terreno su cui scrive) lasciano trasparire la sua disapprovazione, il suo sottrarsi alla connivenza che essi ricercano.

Loro, però, insistono. Non lasciano cadere la provocazione. Lo interpellano nuovamente in maniera diretta: potremmo dire che non gli lasciano scampo, lo sottopongono a interrogatorio, lo obbligano a rispondere.

E qui avviene il capolavoro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».

Con una sola frase, Gesù ribalta la prospettiva, chiamando quegli uomini a un’identificazione non con il ruolo di giudici, ma con quello degli accusati.

«Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani».

L’ultimo atteggiamento su cui vorrei porre l’attenzione è quello che Gesù assume quando rimane solo con la donna: innanzitutto, si alza e – credo – le si avvicini.

Le parole che dice, infatti, non suonano come gridate da lontano, ma pronunciate in una prossimità confidente: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?», «Nessuno, Signore», «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Quest’ultima frase, in particolare, riecheggia una tenerezza infinita: «Neanch’io ti condanno».

Sono le parole che ciascuno/a di noi ha bisogno di sentirsi dire quando è colpevole, perché sono parole che non chiudono, ma aprono a un futuro possibile; sono parole che riconoscono a un umano, a un’umana ferito/a dal male commesso che è ancora umano/a, come me. Sono parole che abilitano al tornare a vivere e non che disabilitano per sempre a essere parte della comunità.

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